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28/08/2010 homepage  
31 agosto 2010
66° anniversario dello sfondamento della Linea Gotica di Alberto Cudini
Il 31 agosto di 66 anni fa avveniva uno dei fatti bellici più importanti della seconda guerra mondiale: lo sfondamento della Linea Gotica, che avrebbe permesso alle forze armate anglo-americane, insieme ai partigiani di liberare tutto il nord Italia dai nazi-fascisti.

Vogliamo ricordare questo evento perché riteniamo che tutto ciò che è storia debba essere sempre presente nella nostra mente, soprattutto in quella delle giovani generazioni, affinché non si commettano gli stessi errori del passato.

Con l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la situazione nella Bassa Valle del Foglia cambiò completamente in quanto la zona era strettamente legata allo sbarramento della Linea Gotica.
Essa, tagliando in due la penisola dall’Adriatico (Pesaro) al Tirreno (La Spezia), aveva il compito di contrastare l’avanzata degli alleati. Perciò i tedeschi accelerarono i lavori di fortificazione e lungo il fiume Foglia disseminarono i campi di mine anticarro e antiuomo.
Costruirono bunker in cemento armato per i cannoni e le mitragliatrici. Scavarono profondi fossati anticarro e innalzarono molti reticolati. Le case, gli alberi, i vigneti, che avrebbero impedito loro di difendersi, vennero abbattuti.
Intanto nel centro di Montecchio, dove oggi c’è Piazza della Repubblica, venne ammassato un enorme quantitativo di esplosivo (2.600 mine anticarro, 20 tonnellate di tritolo) da utilizzare per la fortificazione della Linea Gotica.
I giovani di Montecchio, come molti altri civili della valle, vennero reclutati dalla T.O.D.T. per portare a termine i lavori. Ma lungo tutta la “Linea” i manovali italiani cercarono con ogni mezzo di ritardarne la costruzione con azioni di sabotaggio e prendendo nota dei campi minati e delle postazioni. Venne disegnata una piantina particolareggiata e fatta arrivare agli alleati da parte del C.L.N. provinciale.
Contemporaneamente dal cielo iniziavano i bombardamenti anglo-americani lungo i punti strategici della Linea Gotica e toccarono il punto culminante il 28 dicembre 1943 a Pesaro (17 morti, 35 feriti) e il 23 gennaio 1944 ad Urbania (250 morti).
Ebbe così inizio il triste esodo verso le campagne dell’interno.
A terra intanto le prime formazioni partigiane agivano contro i nazi-fascisti e crescevano sempre più di numero anche perché i giovani, che erano o che dovevano essere arruolati nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, gettarono la divisa e fuggirono in montagna.
Sin dal settembre 1943, gruppi di giovani di Pesaro, Urbino e Fano assaltarono caserme, depositi di munizioni,nascondendo in campagna ciò che riuscivano a togliere al nemico.
La prima resistenza armata era organizzata in piccoli gruppi che agivano localmente, ma poi andare in montagna diventò sempre più frequente. Tutte le iniziative vennero coordinate dal C.L.N. costituito da tutti i partiti antifascisti che, dopo 20 anni di lotta clandestina, si ritrovarono nella lotta armata.
La Resistenza, quindi, non fu un avvenimento improvviso, spontaneo, ma fu il risultato di una opposizione lunga e difficile. Inizialmente mancavano gli uomini, le armi, l’equipaggiamento e scegliere di andare in montagna, dove l’inverno era già inoltrato, era una decisione difficile.
Ai vecchi antifascisti si aggiunsero i giovani di 18 – 20 anni che, pur educati nelle scuole del regime, presero coscienza dell’inganno subito. La catastrofe in cui era caduta l’Italia colpì duramente questi giovani, che scelsero la via della lotta per cambiare pagina.
Dopo un iniziale periodo di difficoltà, nel gennaio del 1944 ebbe inizio per la resistenza pesarese la fase offensiva.
I partigiani operavano nelle zone più impervie e più adatte alla guerriglia, mentre in città e nei centri della valle agivano i G.A.P. (Gruppi di Azione Patriottica) che cercavano di rendere impossibile la vita agli occupanti.
Il gruppo “Salvalai”, ad esempio, svolgeva opera di sabotaggio alle comunicazioni, alle linee elettriche, ai rifornimenti in una zona che andava da Pesaro a Montecchio, Montebaroccio, Monteciccardo, Sant’Angelo in Lizzola.
Il 21 gennaio 1944 a Montecchio si ebbe un evento veramente tragico per la popolazione. Il deposito delle munizioni saltò in aria, vi furono più di 30 morti e il paese fu completamente distrutto.
L’esplosione fu tremenda tanto che fu udita per un raggio di molti chilometri. Probabilmente i morti sarebbero stati di più se il caporale Gulino Placido, prigioniero dei tedeschi, non si fosse messo a gridare che il deposito stava bruciando.
Gli atti di sabotaggio continuarono in tutta la provincia, mentre i nazi-fascisti emanavano disposizioni, ordinanze contro i contadini che aiutavano i partigiani, contro i giovani renitenti alla leva, contro l’accaparramento dei generi alimentari. Le rappresaglie erano inevitabili.
Il caso più grave ad opera di fascisti e nazisti, avvenne a Fragheto di Casteldeci dove venne compiuto un eccidio contro donne, vecchi e bambini. Quel giorno vi furono 29 morti e parecchie abitazioni incendiate. I risultati dei rastrellamenti, comunque, non scalfirono il morale della resistenza, che diventerà ancora più attiva con l’avvicinarsi degli alleati alla Linea Gotica.
Con l’arrivo della primavera la situazione delle popolazioni della Bassa Val del Foglia peggiorò notevolmente, diventando addirittura drammatica. Mancavano completamente i generi di prima necessità (olio, grassi, carne, pesce, grano, carburante, legna, ecc.) e solamente al mercato nero, a prezzi elevatissimi, potevano essere acquistati.
In giugno , poi, arrivò l’ordine di sfollamento forzato per tutti gli abitanti che si trovavano nella fascia della Linea Gotica.
Gli abitanti di Montecchio furono costretti a lasciare il paese e si rifugiarono sulle colline tra Monteciccardo, Montebaroccio, Montegaudio, Petriano, ecc.

“……….si registra in questo periodo un accresciuto numero di azioni lungo le strade del Basso Foglia, dove operano attivamente i G.A.P.. Sul territorio che da Pesaro arriva fino a Montecchio e alle colline verso nord, verso Tavullia, Gradara e il Conca, i tedeschi hanno scaglionato grandi apprestamenti difensivi e manifestano il proposito di resistere su quelle posizioni ad oltranza. Le case dei paesi della popolosa vallata, che si trovano lungo la strada provinciale per Urbino, sono di impaccio ai piani tedeschi, perché ostacolano la visuale di tiro delle armi postate sulle colline. Gran parte degli edifici perciò vengono rasi al suolo.” (Mari “Guerriglia sull’Appennino”, Aralia, Urbino, 1965).

Montecchio, quindi, fu di nuovo distrutto e i suoi abitanti assistettero con dolore all’abbattimento delle proprie abitazioni una per una.
Dopo aspri combattimenti, gli alleati conquistarono Ginestreto (27 agosto), Monteciccardo (il 28), Sant’Angelo in Lizzola (il 29), si affacciarono sulla valle del fiume Foglia e si trovarono davanti alla Linea Gotica.

“Vista da Colbordolo e da Monte Fabbri la Gotica ha un aspetto formidabile. Il primo crinale, su cui è Monte Vecchio, si erge ripido per 150 m. sul fiume e dietro a lui si può vedere il più alto crinale di Mondaino. Sulla destra Monte-Gridolfo è nascosto da uno sprone roccioso, che si diparte dal Foglia e una stretta valle giace sulla sinistra fra quello sprone e Mondaino. Estesi campi di mine si vedono sui campi più bassi vicino al fiume e sui declivi le case sono state abbattute e gli alberi tagliati.

Così il cronista della fanteria inglese descriveva la situazione.
Il 30 agosto, all’alba, la Linea Gotica venne attaccata dal cielo dai bombardieri e il 31 la fanteria polacca e canadese attaccarono Borgo Santa Maria, Osteria Nuova e Montecchio.
L’attacco alle posizioni tedesche era arduo: le case abbattute, gli alberi rasi al suolo, cannoni e mitragliatrici nascoste in ogni luogo, lanciafiamme azionati a distanza, reticolati, fortini in cemento armato dovevano impedire l’avanzata.
Venne superato il fiume Foglia, ma sia la fanteria, sia i carri armati si trovarono subito in difficoltà a causa dei campi minati che provocarono la morte di numerosi soldati e la distruzione di molti carri. Inoltre sembra che un solo tedesco, rimasto in un fortino sul monte di Montecchio, abbia ucciso molti soldati alleati fino a quando la Linea non venne sfondata tra Montecchio ed Osteria Nuova, permettendo l’accerchiamento e l’uccisione del tedesco.
Gli alleati, divisi in tre settori, si diressero verso Monte Marrone e Tavullia, Pozzo Alto e Gradara, Mondaino e Saludecio che furono liberate tutte tra il 1° e il 2 settembre.
Le truppe tedesche, intanto, si erano ritirate verso nord.
Per la gente della nostra valle la guerra era finita, mentre il nord d’Italia avrebbe dovuto subire distruzioni, massacri e violenze di ogni genere per un altro anno ancora.
Al termine degli aspri combattimenti lungo la bassa Valle del Foglia, lo spettacolo che si presentò agli abitanti che tornavano a casa dovette essere stato raccapricciante e tragico.
Ce ne dà una testimonianza una bella pagina tratta dal libro di
Cristoforo Mosconi Negri “Linea Gotica”, Ed. L’Arciere, Cuneo 1980

LA LINEA GOTICA DOPO LA BATTAGLIA
Proseguendo da solo, a piedi, entravo nel tratto finale della Gotica, in pianura, su cui le fortificazioni erano state costruite più fitte, e dove si era combattuto con maggiore concentrazione di armi e di fuoco.
Il paese non esisteva più. Soltanto qualche muro emergeva dalle macerie sbriciolate e confuse, che formavano uno stato uniforme, compatto, coprendo con metri di spessore tutto lo spazio dove prima c’era stata la vita, le case, i giardini, le strade.
Gli inglesi avevano già aperto una deviazione nei campi ed io seguendola mi allontanavo sempre più da quel luogo che mi era caro, perché lo conoscevo sin dall’infanzia, e che ora non potevo nemmeno vedere. Ma ormai tutto era cambiato e diverso.
I campi apparivano massacrati, perforati da centinaia di buche, con gli alberi sfilacciati o abbattuti. In certi tratti il grano, che non era stato mai mietuto per nascondere le mine, appariva ancora intatto, ondeggiante sotto la spinta del vento, ma le spighe erano grosse, gonfie, inservibili.
In altri punti, sui quali le artiglierie avevano concentrato il fuoco per neutralizzare le postazioni tedesche, la distruzione era ancora più completa. Persino i bunkers in cemento armato si mostravano aperti e squarciati, qualcuno addirittura divelto e rovesciato sul fianco, forse centrati dagli aerei in picchiata, coi cannoni anneriti e contorti.
Proprio in quella zona, soltanto pochi mesi prima, avevo cominciato ad osservare le prime fortificazioni quando, assieme ad alcuni amici, pensavamo di organizzare un centro di spionaggio, mettendoci poi in contatto a Roma con l’esercito italiano clandestino. Nei colli alla mia sinistra, poco lontano, ricordavo di aver visto dei lavori per riservette munizioni e postazioni anticarro. Dovevano sbarrare le strade che dal fiume Foglia, scavalcando i crinali, scendono nell’altra valle verso Cattolica, continuando poi a nord nelle grandi pianure.
Su quel terreno le fanterie canadesi, appoggiate dalle forze corazzate, si erano battute alla morte contro i paracadutisti tedeschi, prima di riuscire a staccarsi dalle rive del fiume.
Decisi allora di portarmi in alto, a vedere, seguendo le tracce lasciate dai carri armati, per non saltare sulle mine. Mentre salivo il pendio apparivano già delle carcasse bruciate o schiantate, coi cingoli divelti e sparsi per terra, come vertebre di mostri scomparsi.
Nell’ultimo tratto prima del valico, una breve pianura era coperta di carri sventrati e fermati a poca distanza l’uno dall’altro. In fondo, dove ricordavo di aver visto i primi lavori, appariva la batteria da 88 che aveva provocato la strage, anch’essa distrutta dal fuoco, scaraventato alla cieca dove l’ondata in attacco era stata fermata. Soltanto un pezzo era rimasto non toccato, all’estrema sinistra, sfuggendo alla tempesta di colpi che aveva travolto il resto della batteria, le riservette munizioni, i rifugi degli uomini.
Ma i morti non c’erano più, ormai pochi rottami e degli oggetti abbandonati testimoniavano di quella vicenda.
Intorno non si vedeva nessuno, i campi erano vuoti. La battaglia si era spostata verso nord di pochi chilometri, ma qui tutto era già freddo, inutile, deserto.
Tornai di nuovo alla strada in basso, sul Foglia, quella che doveva ricondurmi a casa. Laggiù qualcuno si muoveva. Ogni tanto un autocarro passava, soffocandomi in una nube di polvere, sui lati delle squadre isolate, addette al recupero dei carri meno colpiti, si spostavano nei corridoi segnati in bianco attraverso le mine. Poi arrivarono anche dei reparti di salmerie coi muli, che gli inglesi avevano fatto venire da Cipro. Bestie col pelo sporco e poco curato, soldati con la divisa in disordine, che sembravano nomadi in viaggio, e ancora una volta sentivo una lingua che non riuscivo a comprendere. Ma ormai nessuna delle cose intorno a me mi era più familiare.
Seguitai a camminare, tenendomi sulla strada, rinunciando a tagliare per i campi che sapevo seminati da migliaia di mine.
Dopo circa tre ore arrivai in fondo, entrando sulla nazionale adriatica, quella che porta verso Rimini e le grandi città dell’Italia settentrionale.
Di colpo trovai un traffico enorme, un flusso ininterrotto di macchine costrette su quell’unica arteria perché il fronte, invece di allargarsi sulle montagne, si era andato continuamente restringendo lungo la costa. Passavano automezzi di ogni genere, carri armati e autoblinde, come già avevo visto in Assisi, ma qui molto di più.
La battaglia era sempre vicina e richiedeva una quantità enorme di materiali, a chi era abituato a combattere fornito di tutto. Saliva verso la linea una colonna continua, con dei mezzi ancora nuovissimi, freschi e puliti, verniciati di verde, ma molti di quelli che tornavano mostravano i segni dei combattimenti soprattutto i carri, montati sui loro trasporti con i cingoli in pezzi e lo scafo forato, segno che i tedeschi tenevano ancora, anche se spinti fuori dalla Linea Gotica. Le divisioni corazzate non erano riuscite a sfondare
.

Pian piano, in paese ritornarono gli sfollati affranti dal dolore per la morte dei propri cari, privi di un riparo decente e di alimenti fondamentali. Il pericolo delle mine e delle bombe inesplose era sempre in agguato, eppure gli abitanti si rimboccarono le maniche e, pieni di speranza e di intraprendenza, ricominciarono da capo.
Intanto sugli Appennini, nella Valle Padana, nelle valli alpine, la resistenza continuò più forte e più organizzata di prima anche se gli Alleati, in vista dell’inverno, avevano invitato i partigiani a deporre le armi.
Con immensi sacrifici umani, soffrendo la fame, il freddo, continuarono invece la loro lotta, liberando varie zone ed istaurando vere e proprie repubbliche. Durante le marce di spostamento o durante le lunghe giornate invernali cantavano varie canzoni, diventate famosissime, in cui mettevano in evidenza la loro fede in un avvenire migliore fatto di libertà e di uguaglianza.
Con la primavera del 1945 passarono al contrattacco, scesero dai monti, incalzarono sempre più da vicino i nazi – fascisti fino a che non scatenarono l’insurrezione popolare liberando tutta l’alta Italia (25 aprile 1945), catturando ed uccidendo Mussolini prima dell’arrivo degli alleati.
Finalmente, per la nostra penisola, finiva la guerra e già subito bisognava pensare alla ricostruzione: nasceva così la Repubblica Italiana ed anche per la bassa Valle del Foglia iniziava un periodo nuovo.
L’industrializzazione del nostro paese incominciò da quegli anni, prima in modo famigliare, poi sempre più su grande scala, mentre il ricordo di quegli anni dolorosi veniva conservato gelosamente nei cuori di ognuno.

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