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25/10/2010 homepage  
Montecchio 25 ottobre 2010
Mancini Attilio:ricordi di un prigioniero di guerra di Alberto Cudini

Il personaggio che vogliamo presentare ai nostri lettori è un signore nato il 25 novembre 1924. Nella sua vita ha avuto un’esperienza traumatica che lo ha segnato per sempre: quella di prigioniero in un campo di concentramento tedesco.
Si tratta di Mancini Attilio che, attualmente, trascorre la sua vita a Montecchio in condizioni di salute piuttosto precarie dovute ai malanni caratteristici della sua età, ma forse anche a quello che ha dovuto subire in 19 lunghissimi mesi di prigionia.
Appena diciottenne, pieno di entusiasmo e di quell’incoscienza propria dell’età, si trovò nell’occhio del ciclone senza rendersene conto e fu travolto dagli avvenimenti di quel tragico settembre del 1943.
Oggi lo Stato, per quei 19 mesi di sofferenza, di umiliazioni e di paure, ricompensa Mancini Attilio con una pensione mensile, come ci dice il fratello, di 24 euro, che è ancora un’altra umiliazione, se si considera quanto percepisce un qualsiasi parlamentare appena entra in Parlamento. Ma questa è un’altra storia che non possiamo trattare in questa occasione.

Siamo venuti in possesso di un suo scritto di ricordi che, con piacere, pubblichiamo, perché ci dà l’esatta situazione dei soldati italiani che, dopo l’8 settembre 1943, all’improvviso si trovarono prigionieri dei Tedeschi, diventati ormai ex alleati.
I suoi ricordi , appuntati su un libriccino tedesco, sono stati scritti dopo il 23 aprile 1945, dopo cioè che il campo di prigionia, dove si trovava, venne liberato dagli Americani. Non sapendo come far trascorrere il tempo, l’autore si mise a scrivere qualche episodio della vita da prigioniero, ricordando puntigliosamente quanto sofferto in 19 mesi di prigionia.
Il racconto inizia con il ricordo dei momenti immediatamente precedenti la liberazione del campo, con il ricordo di quell’ultima notte tremenda, quando molti prigionieri venivano fucilati dai tedeschi mentre Hannover era un cumulo di macerie e gli Americani stavano per liberarla.

“Baracca 30 stanza 2
Hannover 10 Aprile
Dopo 19 mesi di dura vita maltrattato affamato e dopo aver schivato 172 bombardamenti tra qui 3 che non li potrò mai dimenticare 10.10.1943, 14 e il 28 di Marzo del 1945. Il 6 aprile si sentiva à tuonare il cannone Americano ma ancora erano distanti e quelli erano giorni brutti perché la SS aveva ordine di ammazzare qualsiasi straniero perché i tedeschi ben sapevano che una volta che fossimo stati liberati avremmo fatto vendetta e quindi a loro conveniva liquidarci il giorno 6 aprile nel campo dove ero io ànno fucilato 172 prigionieri politici prima gli ànno fatto fare la buca a loro poi gli àanno fucilati. La stessa sorte toccava anche a noi ma non ànno fatto in tempo. Nella notte tra il 9 e il 10 Aprile dopo 1573 allarmi le sirene suonavano l’ultimo allarmi non era quello allarmi aereo ma era allarme terrestre. Gli Americani a pochissimi chilometri dalla città con le loro artilierie canonnegiavano quella che diciotto mesi prima era città di Hannover ora è un qumulo di macerie fino alla mattina all’alba durarono a sparare poi alle ore 10 del mattino entrarono i primi carri armati Americani
.

Dopo questa prima annotazione, l’autore, in un drammatico flash beak, rivive gli attimi immediatamente successivi all’8 settembre 1943, quando l’esercito italiano, privo di direttive e di comando, è allo sbando e molti soldati sono catturati e portati prigionieri in Germania. Qui inizia la resistenza di moltissimi di essi che rifiutano qualsiasi compromesso con i fascisti e successivamente con i nazisti, preferendo la prigionia al disonore. Vengono così, in varie tappe, trasferiti in un campo in Germania, giungendovi il giorno 17 settembre, dove trovano prigionieri di tutte le nazionalità.

Nella notte del 10 e 9 settembre per colpa di ufficiali traditori, io li chiamo traditori perché dopo l’armistizio dovevano armarci e farci combattere, oppure mandarci a casa invece nò siccome erano di tempra fascista ànno aspettato i tedeschi e ci hanno consegnati a loro e ai degni compagni fascisti. I quali quest’ultimi ci hanno detto se volevamo rimanere a fare servizio con loro, ma tutti abbiamo rifiutato. Il giorno 11 del mattino ci ànno caricati su delle machine e trasportati a Mantova scortati da guardie armate Tedeschi Fascisti e anche Carabinieri. Alla sera siamo arrivati à Mantova e ci ànno portati in un campo fuori di Mantova recintato di mura e sopra le mura cerano le mitragliatrici dentro al campo eravamo un 30.000 senza mangiare e c’erano 2 sole pompe, noi eravamo in 6 e dalla sera appena arrivati à turno ci siamo messi in fila siamo riusciti a riempire le buracce alla mattina alle 10 e tutta la notte sparavano. Alla mattina del giorno 13 ci ànno portati alla stazione e in 50 per vagone ci hanno portati in Germania il giorno 15 per la prima volta ci danno un pane in 7 il giorno 17 alle ore 10,30 siamo arrivati a Vicendorf a 70 Km. da Hannover , e ci portano nel campo di concentramento nel campo cerano prigionieri di tutte le razze di nazionalità uno più malconcio dell’altro, a noi ci hanno portato in un gruppo di baracche dove cerano tutti Italiani. Tuttintorno reticolati e chi si avvicinava era sicuro di prendere una fucilata dalle guardie che erano al di fuori, di notte chi usciva dalla baracca era morto, i propri bisogni bisognava farli dentro la baracca dove c’erano degli appositi bidoni.

A questo punto l’autore racconta la dura vita del campo, fatta di fame, miseria, disperazione, paura, di tentazioni, sempre però rigettate, a cedere alla propaganda dei nazifascisti , che tentavano di convincerli ad aderire alla Repubblica di Salò. Pur sapendo di dover affrontare un lungo periodo di prigionia pieno di pericoli di ogni genere, la maggioranza dei soldati non aderirà alle proposte e, con orgoglio e con la massima dignità, resteranno fedeli ai principi di libertà e di democrazia.

Dunque il 17 siamo arrivati al campo di concentramento e era una settimana che eravamo prigionieri e avevamo avuto un pane in 7 in tutti i 7 giorni cioè poco più di 2 etti di pane in una settimana. La sera del giorno dell’arrivo ci hanno messi in fila e ci davano 5 patate cotte alésso a testa grosse come le noci io ero a metà fila e visto che non bastavano me ne ànno date 3 poi gli ultimi sono rimasti senza. Il giorno dopo larrivo si comincia ad avere finalmente la razione del prigioniero, la razione era un pane i 7 con 20 grammi di margarina oppure formaggio a secondo i giorni, e un litro di broda calda senza sale dentro ci mettevano erbe che noi non si conosceva, solo le rape si conosceva, 10 giorni siamo stati nel campo i giorni erano mesi in quel piccolo spazio che potevi camminare vedevi gente avvilita e affamata, e le guardie che passegiavano su e giu per i reticolati. In quei giorni 5 volte ci ànno portati in uno spazzio fuori del campo dove c’erano ufficiali della milizia e tedeschi per farci propaganda per farci andare volontari nella repubblica in Italia a combattere. Quella fetta di pane e quella goccia di broda c’e la davano à mezzo giorno, in quei giorni che ci facevano ste propagande la razione che ci aspettava ce la davano alla sera alle 10, per far vedere che era come dicevano loro se non andate volontari creperete di fame, parecchi morivano sul serio. Come o già detto per 5 volte durò quella facenda, ma alla fine vedendo che ottenevano scarsi risultati decisero a mandarci a lavorare chi in un posto chi in un altro. Prima di mandarci via ànno voluto sapere che mestiere si faceva la maggior parte di noi abbiamo detto il contadino sperando che ci mandassero dai contadini e in ogni qual modo a cavarci un po di fame.

Dunque, falliti tutti i tentativi di coinvolgerli, di notte vengono trasferiti ed inviati in un campo di lavoro proprio nel momento in cui gli aerei americani bombardano Hannover. A fatica raggiungono la destinazione: una scuola al centro della città, dove tutto è stato preparato per accogliere i prigionieri. L’impatto è tremendo: da ogni parte ci sono grovigli di reticolati, sentinelle armate, vetri e finestre rotte, fame indescrivibile, contraerea in azione e bombardieri che volano alti nel cielo. I prigionieri sono terrorizzati, ma bene o male la notte passa indenne.

Il giorno 27 di settembre ce ne prendono 1000 e si parte era verso le 8 di sera appena fuori dal campo che si andava alla stazione suona l’alarmi e allora abbiamo dovuti fermarci e ci hanno mandati in un capannone, gia si sentivano gli apparecchi ma li non c’era nessun pericolo perché era campagna gli apparecchi bombardavano Hannover. l’allarme durò a lungo e tutta la notte siamo rimasti lì il freddo di quella notte non lo mai sentito benche eravamo ancora nel 27 settembre. Alla mattina del giorno 28 si va alla piccola stazione del paese di Vicendorf e si parte. Alla sera alle 7 siamo arrivati a Hannover e alla stazione ci fanno scendere e ci dividono in 2 gruppi, uno di 400 e laltro di 600. Io ero nel gruppo più piccolo e ci incaminammo per la città sconosciuta, avremo caminato un 2 ore le guardie ogni tanto si fermavano a domandare la strada, le vie della città erano piene di vetri per lo spostamento d’aria del bombardamento della notte ma la città era in buon stato avevano buttato cualche bomba a casaccio. Alla fine era notte cuando siamo arrivati a destinazione. La nostra dimora era una scuola situata nel centro della città dove i tedeschi avevano gia preparato per i nuovi ospiti dappertutto grovigli di reticolati e sentinelle. Allora ci inquadrano nel cortile della scuola e ci contano poi ci fanno salire le scale, in ogni angolo vedevi una sentinella, la scuola aveva vetri e finestre tutti a terra, prima di andare a dormire l’interprete ci dice che fino a domani non si mangia, la fame era da lupo ma che vuoi fare rassegnarsi, alla brutta sorte, poi a aggiunto che in caso d’allarmi o anche se bombardassero non starsi a muovere dalle camerate. Allora si da una ramazzata ai vetri e ci metemmo a dormire ma a me la fame e i pensieri mi si affollavano per la testa e non mi facevano dormire. E’ l’una suona l’alarmi dopo un quarto d’ora la contraerea comincia il suo fuoco infernale gli apparecchi sono sopra per fortuna passano senza sganciare una bomba, dopo un po l’alarmi cessa.

I nazisti riferiscono che Mussolini è stato liberato, che una nuova Italia sta nascendo e che è più conveniente per i prigionieri andare a combattere volontari nelle fila della nuova Repubblica, piuttosto che vivere da prigionieri in Germania, ma il nuovo tentativo fallisce ancora una volta. La sfiducia nella Germania, nel Duce e nella Repubblica sociale è totale e i prigionieri, invece di aderire a quanto veniva loro proposto, preferiscono accettare di andare incontro all’ignoto e ad un oscuro destino.

La notte passa e alla mattina suona la sveglia. Scendiamo nel cortile l’aria era nebbiosa e pioviginava faceva freddo, tutto intorno reticolati ben intrecciati alintorno aspirava aria di malinconia e tutti eravamo avviliti e scoragiati anche i più anziani che erano abbituati alla mala vita tutti dicevano e prigionia. Alle otto suona il fischietto sarà lapello si diceva fra noi. Comandati da un nostro sergente ci mettiamo inquadrati per 5, attendiamo quasi un ora e nessuno si vedeva, alla fine si vide arrivare un capitano tedesco poteva avere un 40 anni era accompagnato dall’interprete, a pochi passi da noi il sergente italiano ci dà l’attenti noi ubbidiamo all’ordine. Il capitano tenta ancora di piegarci ad andare volontari. Egli parla nervosamente con l’interprete alla fine l’interprete prende la parola e dice, il capitano vi domanda se lo sapevate che il Duce e stato liberato e che una nuova Italia stà risorgendo l’interprete aspetta la nostra risposta ma noi rimanemo muti, allora ci domanda, chi di voi e fascista ò si sente fascista alzi la mano e passi alla mia destra, noi ben sapevamo che eravamo in terra straniera e nemica di fronte a noi c’era il capitano, di fianco la mitraglia e tutt’intorno i reticolati, ma noi trovammo la forza di rimanere fermi rigidamente sull’attenti, nessuno si mosse. Il tedesco illuso e sconcertato à prima vista divenne oscuro in viso, poi rise ma chi lo sa di quel sorriso! Era ben c’erto che il capitano tedesco aveva gia letto nei nostri visi torvi e affamati la nostra sfiducia nella germania, nel Duce e nella Repubblica. E invece di aderire alle sue parole, noi accetammo di andare incontro all’ignoto e a oscuro destino. Da quel momento per noi la via della prigionia era aperta. In questi 19 mesi di prigionia molto ci sarebbe da raccontare. Per meglio descriverle bisognerebbe aver scritto giorno per giorno tutte le vicende della prigionia, ma in quelle condizioni che eravamo era ben difficile a farlo. Perché il poco tempo che eravamo liberi non era sufficiente per combattere la cavalleria che avevamo adosso, poi la smania della fame continua.

Il ricordo dei giorni passati ad Hannover mettono in evidenza l’enorme difficoltà di sopravvivenza sotto i bombardamenti continui, in mezzo alle fiamme degli edifici bruciati, fra i pericoli delle macerie e dei muri pericolanti che cadevano in continuazione. Fumo e polvere oscurano il cielo anche di giorno, il cibo è inesistente per i rifornimenti impediti dalle macerie presenti ovunque eppure bisogna lavorare: liberare le strade, recuperare i cadaveri sotto le macerie, scavare fosse per seppellire i morti .

Oggi Invece 23 aprile 1945 gli Americani sono arrivati la brutta vita le finita e non sapremo come fare per far passare il tempo mi sono messo a scrivere qualche episodio della vita passata che ancora mi ricordo e ché mai dimenticherò. I primi giorni che andavamo à lavorare si andava fuori di città, sulle case bombardate a tirar fuori dalle macerie biancheria e qualche altro ogetto ancora buono.
La sera del 9 ottobre mentre si stava adunati nel cortile per l’appello e l’interprete ci dice che domattina ne parte 70 e vanno dai contadini, e in questa settimana partirete tutti. Noi tutti contenti si và a lavorare in campagna si è sicuri del pericolo dei bombardamenti e si fa meno fame. Finito l’appello si va in branda. Alle 12,30 suona l’alarmi, all’una comincia il bombardamento e spezzonammento che durò fino alle 2, mezzo, le guardie hanno serrato la porta e sono scappate in rifugio e noi siamo rimasti lì, e abbiamo dovuto buttarci a terra perché se nò lo spostamento d’aria delle bombe che cadevano a poca distanza ci batteva nei muri. Mentre tutto all’intorno era un mare di fiamme. Il destino a voluto che noi non si doveva morire, sul tetto della scuola caddero 3 piccoli spezzoni incendiari e in pochi minuti avevano bruciato una diecina di pagliericci ma noi con il coraggio e la forza della disperazione di morire bruciati oppure soffocati dal fumo dopo dura fatica siamo riusciti a spegnere il fuoco. Quando cessò l’alarmi i pompieri non hanno potuto intervenire perché le vie della città erano chiuse per i muri che erano caduti. E nello spazio di poche ore la citta per cui avendo la maggior parte dei fabricati costruiti in legno divenne un vero rogo in fiamme. Eravamo scesi in cortile e si guardava con gli occhi lacrimanti per il fumo gli abitati vicini a bruciare. Le case che non erano ancora in fiamme, ma che erano ataccate alle altre ben presto venivano raggiunte dalle fiamme divoratrici. Si sentiva un continuo fracasso dei muri che cadevano. Noi eravamo lì a guardare e si diceva fra di noi lascia che brucia e che non rimanesse più neanche un mattone in piedi. Poi sento à uno di noi che domanda à un altro che era vicino a me che ora era e le dice che sono le 2, io sono rimasto al sentire che era gia le 2, perché il cielo era oscuro come una notte tempestosa d’inverno a causa del gran fumo, solo a guardare bene nel cielo si vedeva un piccolo rischiaro era il sole che era già alto. Il giorno passa e ritorna la notte, notte guardando sull’orologio, perché guardando al cielo osquro era e osquro è. Il secondo giorno si vede a ritornare le guardie, e l’interprete ci dice ne pane e né rancio e possibile fare arrivare perché 80/100 della citta e già distrutta e per le strade non si può camminare che sono tutte ingombre di macerie. E i viveri bisogna che arrivano dà altre città quel po’ che qui e rimasto e tutto a disposizione della popolazione civile, la quale come ò gia detto e rimasta quasi tutta senza tetto. Il terzo giorno verso sera arrivò un po’ di pane, ci danno un pane in 7 2 etti di pane dopo 3 giorni che eravamo senza mangiare. Il nuovo giorno si va à lavorare la maggior parte di noi si va à sgomberare le strade, altri invece vanno a tirar fuori i morti. I Tedeschi per loro fortuna avevano dei rifugi corazzati i quali erano sicuri ma siccome loro ancora non avevano mai provato i bombardamenti, quando suonava l’alarmi restava in casa la maggior parte. Ma quella notte la cosa fù diversa, non fu possibile sapere di preciso il numero dei morti, ma essi si aggirano ai 70.000. Per più di un mese 100 di noi si andava a scavare le fosse in un cimitero. Alla sera si rientrava, dopo aver lavorato tutto il giorno senza aver mangiato niente. Appena eri arrivato, cuasi tutte le sere c’era la rivista, poi l’acqua non c’era ci inquadravano e ci portavano a lavarsi in un canale distante un mezzo Km. Se pioveva ò faceva la neve era uguale. Si ritornava di nuovo dentro c’era l’appello e qui era uguale o acqua o neve, come minimo si stava un ora ad aspettare che il tedesco ci contasse. Finalmente si va in camerata e delle volte non si faceva in tempo neanche a mangiare che suonava l’alarmi e via che tiravano via la luce. Vicino alla scuola c’era una casa bruciata la quale sotto aveva una cantina una specie di sotteraneo e quando suonava l’alarmi di notte ci mandavano li sotto. Si stava più sicuri in camerata che li sotto perché i muri erano mezzi bruciati dal fuoco e sé cadeva una bomba anche a 200 metri c’era caso che si slamava giù tutto. E poi eravamo in 400 ad andare lì sotto e stando in piedi si stava come le sardelle. Eppure bisognava andarci, chi veniva trovato in branda cuando c’era l’alarmi, saltava pane e rancio per una giornata, oppure per punizione per una settimana di continuo a pulire i cessi dopo rientrati dal lavoro. Insomma erano rade quelle notte che non si faceva 2 o 3 e perfino 4 e 5 ore di rifugio, tante volte quando suonava l’alarmi verso la mezzanotte o all’una andava a suonare il cessato alarmi cuando suonava la sveglia che suonava alle 5 sia d’inverno come d’estate. La paga che ci davano era pochissima, da una recluta a un anziano c’era poca differenza gli anziani prendevano 3 o 6 marchi in più al mese io il più che ò preso 15 Marchi al mese, poi i marchi non erano marchi civili, ma erano marchi da prigioniero, erano pezzi di carta rossa e sopra c’era scritto Marchi 1 o 2 assecondo il valore che gli volevano dare, e si potevano spendere solo dentro i riticolati. Insomma bastavano appena per pagare le sigarette, le lamette, la carta per scrivere che ci davano quanto gli pareva a loro alla fine del mese
.

Nel maggio del 1944, il nostro protagonista viene trasferito, insieme ai suoi commilitoni, in un altro campo poco fuori Hannovere, circondato da fabbriche, caserme e batterie di contraerea e quindi la situazione è molto più critica: la fame diventa insopportabile, il pericolo dei bombardamenti è aumentato a causa degli obiettivi che gli aerei alleati avrebbero voluto colpire. Il lavoro viene svolto al di fuori del campo per riparare e sostituire le condotte di acqua, luce e gas, mentre altri lavorano in fabbriche dove utilizzano ferro e carbonee e quindi i casi di malattia aumentano notevolmente. Le condizioni igieniche e sanitarie diventano impossibili e spesso e volentieri chi chiede di essere ricoverato in infermeria viene punito severamente. La fame però è il tormento maggiore e per molti di essi sarà causa di morte.

La sera del 23 Maggio del 44 ne hanno preso 100 fra i quali c’ero pure io e ci mandano in un altro campo a 10 Km. Fuori di Hannover. Il campo era come tutti gli altri recinto di reticolati, e dentro c’erano baracche di legno a noi ci hanno messo a tutti in una baracca. In cuesto nuovo campo si stava molto peggio prima di tutto si aveva un pane in 5, invece nell’altro lo si aveva in 4 e il rancio era addirittura una porcheria, poi era brutto per i bombardamenti perché tuttintorno c’erano fabbriche, caserme, e viciono i reticolati c’erano le batterie della contraerea. I tedeschi lo avevano fatto a posta a modo che gli Inglesi non bombardassero le batterie e le fabbriche per paura di colpire anche il campo. Ora non si lavorava più a sgombrare macerie ma si lavorava con una ditta governativa che comprendeva l’acqua, il gas, e la luce e noi si faceva le buche per tirar fuori i tubi rotti dalle bombe e mettere i nuovi. Nel campo dove eravamo prima quando uno si sentiva male e chiedeva visita erano rade quelle volte che era riconosciuto anche se era grave. La visita la passava nel campo un soldato tedesco che non capiva niente, e se anche capiva diceva arbait e toccava andare à lavorare. In questo nuovo campo quando uno marcava visita e non era riconosciuto come accadeva cuasi sempre non solo lo mandavano à lavorare, ma gli mettevano un zaino di rena del peso di 50 Kg. Che era li apposta e gli facevano fare dei giri intorno al campo finche non ne poteva più e cadeva a terra, poi dopo lo mandavano a lavorare. Gli ammalati proprio gravi gli davano da mangiare quello che avevamo noi, anzi ànche meno perche loro non lavoravano e non davano nessun risultato. Li curavano nell’infermeria del campo. Nell’infermeria non c’era ne medicinali e ne gente competente per curare i malati e tutti i giorni morivano. Tutti si ammalavano à causa della fame prendevano il diperimento organico, poi no si guarivano più perché 3 etti di pane era poco e il rancio non aveva nessuna sostanza perché era fatto di foglie di rape, oppure barbabietole, un erba che era come le foglie della cipolla fresca e cuando era la stagione, i cavoli che erano i migliori. Le rape non mancavano mai d’estate ci davano le foglie fresche mentre per l’inverno conservavano la vera rapa che era dura come il legno. Noi 100 che si lavorava sotto la nostra ditta si era per modo di dire i più fortunati, perché lavorando fuori una volta ogni 20 trovavi qualche patata oppure se le andava a fregare quando c’era occasione, specialmente sotto le case bruciate o bombardate che erano state abbandonate. La fame era si forte che non avevi paura di niente. In cuesto campo che eravamo un 1500 solo noi si lavorava fuori gli altri lavoravano tutte nelle fabriche li vicine e stavano peggio di noi perché lavoravano tra ferro e carbone ed erano siquri che non trovavano niente solo che botte. In una fabbrica chiamata Hanomagne lavoravano 200 e da quando erano arrivati, che erano arrivati il settembre del 43 andare al 20 agosto del 44 non era ancora un anno e ne erano rimasti in 50. I rimanenti erano tutti morti un po’ dai bombardamenti ma la maggior parte dalla fame che di giorno in giorno andavano à diperire, cadevano e morivano.

Nell’agosto del 1944 c’è l’ultimo trasferimento in un altro campo, dove il nostro protagonista rimarrà fino alla liberazione. Qui la vita è la stessa, ma i maltrattamenti nei confronti dei prigionieri italiani aumentano notevolmente, perché essi vengono tacciati di tradimento e perché le sorti della Germania stanno precipitando.

Per buona fortuna à noi 100 il 20 agosto del 44 ciànno ancora trasferiti in un altro campo, e si lavorava sempre con la stessa ditta. Questo campo era a 3 Km. Fuori della città il campo era molto grande c’erano 48 baracche. Ma non era un campo di Prigionieri c’erano tutti civili di tutte le nazionalità loro erano liberi. A noi ci hanno messi in 4 baracche dove c’erano Italiani prigionieri e neanche qui non eravamo sprovisti di guardie, fame e reticolati. In questo campo siamo rimasti fino alla fine della guerra. Sarebbe inutile dire come si era trattati in cuesto campo era la medesima storia degli altri campi. Delle volte si vedevano degli Italiani venuti in Germania à lavorare volontari essi non ci guardavano neanche, noi per loro noi eravamo Italiani ma come i Tedeschi ci dicevano traditori. E poi dicevano che la Germania vinceva la guerra, consigliandoci à noi di andare volontari. Noi tra tutti i prigionieri eravamo i più maltrattati, anche più dei russi, perché col nostro desistere di combattere al suo fianco, incominciava per la Germania i duri colpi della guerra, e lo sgretolamento della sua impalcatura militare, che mai più si e fermata fino a cuando à dovuto capitolare. Negli ultimi mesi di questa dura vita si andava peggiorando ancor di più anche per causa dei bombardamenti che ogni giorno aumentavano, gli altri 2 campi dove eravamo prima erano stati completamente distrutti, per fortuna fecero pochi morti perché si trovavano al lavoro.

Le cose peggiorano col passare del tempo: gli alleati sono sempre più vicini, gli aerei bombardano in continuazione, il rischio di rimanere sotto le macerie è sempre in agguato, i tormenti della fame aumentano notevolmente. Eppure il nostro protagonista non si perde mai d’animo, non dispera, sa che prima o poi giungeranno giorni migliori. I cannoneggiamenti sono sempre più vicini e più forti; da una parte la speranza della liberazione è vivissima, dall’altra il timore delle vendette e delle fucilazioni di massa incombe sulla loro testa; la città è un cumulo di macerie fumanti dove gli abitanti si aggirano come tanti spettri.

Al 14 di Marzo del 45 io ed altri ci trovavamo à lavorare in città, e suonato l’alarmi, noi siamo andati in un para schegge, dove c’erano dei civili Tedeschi che non volevano farci entrare poi hanno sentito che bombardavano sono andati dentro. E noi ci siamo messi sulla porta poco dopo il rifugio veniva colpito proprio al centro facendo strage. A noi ci à sbattuti a terra, ma nessuno di noi a riportato ferite. Appena le sirene hanno suonato il cessato siamo scappati via altrimenti i pulizai ci facevano cavare i morti che di certo c’e ne doveva essere tanti. 2 settimane dopo il 28 marzo eravamo andati nel sotteraneo del comune e al passare delle prime scuadriglie d’apparecchi il comune veniva colpito da diverse bombe incendiarie. E noi abbiamo dovuto uscire fuori se non si voleva morire abbruciati, ma fuori le bombe e spezzoni fischiavano dappertutto ma anche cuesta volta l’abbiamo schivata. Oramai tutti erano demoralizzati o delle bombe o dalla fame si deve crepare. Il pane lo avevano ancora diminuito e c’è ne davano un filone alla settimana 2 etti di pane al giorno e lavorare. Non bastava ad essere forti di fisico per resistere, ma bisognava essere forti anche di morale. Io per fortuna in 19 mesi di dura vita senza nessun riguardo, mangiare poco e male vestito d’inverno come d’estate d’inverno i piedi sempre bagnati eppure non o passata una sola ora di malavoglia, e farsi coraggio e forza che giorni migliori dovevano pur venire. Arriva pascua, e verso il 3 e 4 d’aprile finalmente si sentiva lontano a tuonare il cannone, l’ora da tutti sognata si avvicinava. Da tutte le strade si vedeva gran movimento di soldati. Ogni giorno il cannone si faceva udire sempre più forte. Quelli erano giorni di speranza, ma erano giorni anche brutti perché la SS tedesca aveva ordine di ammazzare ogni staniero. I Tedeschi ben sapevano che per lunghi hanni ci aveva maltrattati come piaceva a loro, e una volta liberati noi ci saremmo vendicati terribilmente. Il 6 aprile in un campo di prigionieri politici che era attacato al nostro la SS prima li a fatto fare la buca a loro poi ne fucilarono 172. I rimanenti il giorno dopo li ànno portati via e di c’erto avranno ammazzati anche à quelli. La stessa sorte toccava anche à noi, ma non hanno fatto in tempo. Finalmente la notte tra il 9 e il 10 aprile le sirene dopo aver suonato ben 1573 alarmi tra qui 172 bombardamenti le sirene suonavano l’ultimo alarmi. Ma non era allarmi aereo era allarmi terrestre. Gli Americani con le loro artiglierie a pochi Km. dalla città ànno cannonegiato per tutta la notte sulla citta che ormai non era che un qumulo di rovine.

Il 10 aprile del 1945, finalmente, gli Americani entrano in città e liberano i prigionieri. Inevitabilmente iniziano le azioni di vendetta: saccheggi, violenze contro i tedeschi incontrati per strada che vengono spogliati di tutto o vengono obbligati a lavorare al campo, aggressioni nei confronti di quegli italiani che avevano collaborato con i nazisti. E’ uno dei momenti più tragici della seconda guerra mondiale: da una parte l’esplosione di gioia e felicità per la riconquistata libertà, dall’altra la paura e il terrore per le inevitabili vendette.

Alla mattina del 10 alle ore 10 sono arrivati i primi carri armati Americani appena arrivati gli Americani ci hanno dato 5 giorni di carta bianca. Uccidere, Rubare, bastonare, cuello che si voleva. Nella nostra camerata eravamo in 18 i quali con parecchi di loro siamo stati dal primo all’ultimo giorno sempre assieme. E per primo siamo andati a svaligiare dove c’era roba dà mangiare. Alla sera di quel giorno la camerata era piena di scatolette di ogni specie di carne paod di maiali, sacchi di zucchero, di pasta, formaggio, pane, eccetera. Noi si faceva tutti assieme da mangiare, il giorno dopo siamo andati à svaligiare una fabrica di sigarette, e andare dai contadini in grosse scuadre e anche armati a portar via pecore, polli, vacche, conigli, eccetera. Con noi venivano delle volte anche gli Americani, che c’e nerano una metà che erano Italiani. C’erano i Russi e Polacchi che facevano strage tutti i Tedeschi che incontravano gli spogliavano di tutto quello che avevano e se facevano la minnima resistenza venivano uccisi. Tutte le mattine per far pulizia al campo, pulire i cessi, ramazzare i corridoi delle baracche si andava a prendere dei Tedeschi, e quando era sera venivano l’asciati, i quali se non erano morti erano moribondi. Finalmente dopo anni di schiavitù era giunta l’occasione da vendicarsi, e io credo che nessuno di noi se la sia lasciata sfuggire. E dopo un po di tempo si cominciò ad andare à trovare anche agli Italiani civili, quelli che ci dicevano, al pari dei Tedeschi, traditori, Badoglio, oppure qualcuno per far meglio non guardava neanche in faccia. Ora a questi qui noi li andavamo a prelevare facendone di tutti i colori e poi li portavamo al comando Americano. Insomma

Finalmente nell’agosto del 1945 il nostro protagonista inizia il viaggio di ritorno, annotando sul suo libriccino tutte le città incontrate lungo il percorso e alcuni nomi e indirizzi di commilitoni.

Il 26 agosto di lunedì siamo partiti dà Hannover, andando a Cronsvai il 28 agosto di Mercoledì siamo saliti in tradotta.
Città che ò passate Kreinsen,, Gottingen,Eichenberg, Debra, Gemunden, Visburg, Brandenburg, Hatsfurt, Bamberg, Stoccarda, Bannstelg, Ausburg, Monaco, Starnberg, Mittenval, Insbruc.
Città Italiane, Brennero, Fortezza, Bolzano, Mezzacorona, Trento, Rovereto, Ala, Pescantina,Verona, Bologna, Imola, Faenza, Forlì Rimini, Pesaro.
1 Muzzi Antonio Urbisaglia Macerata
2 Lovato Luigi Vazzola Treviso
3 Forest Vittorio Vazzola Via Campagna Treviso
4 Mutti Leone Vazzola Treviso
5 Faloppa Gino Negrizia Ponte di Piave Treviso
6 Gentile Carmelo salita alla croce Opi Aquila
7 Taiocchi Arturo Via Giovanni maironi da ponte n. 15 val verde Bergamo”


Fonte:
 

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