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21 Luglio 2018 - 11:41

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14/10/2012 homepage  
Regioni, l'imbroglio federalista
Da qualche tempo su tutti i quotidiani e sulle reti televisive si discute di quanto sta emergendo in alcune Regioni d’Italia: sperpero e appropriazione indebita per scopi personali di denaro pubblico, corruzione ad ogni livello del ceto politico, infiltrazioni mafiose negli organi istituzionali, ecc.
Su queste questioni pubblichiamo un articolo di Ugo Intini comparso su Avanti! della Domenica (n. 36 del 14 ottobre 2012) in quanto ci sembra illuminante per capire come si è giunti alla situazione attuale delle Regioni e di chi ne ha le maggiori responsabilità.

Tutti gridano al delitto adesso. Il delitto è la voragine causata dalle Regioni nei conti pubblici. Perché sono state affidate a una torma di locuste. Perché hanno moltiplicato burocrazia e spese. Perché peggio ancora (il nostro piccolo partito lo ha denunciato isolato in Parlamento) spesso queste spese sono non soltanto inutili, ma altamente dannose. Come quando si fa propaganda negli altri continenti per il turismo in Abruzzo o in Liguria e si oscura in tal modo, creando confusione, l’unico brand proponibile e conosciuto: il brand Italia. Dimenticando che i cinesi partono per venire, non in Abruzzo, ma in Europa e forse (se siamo capaci di convincerli) in Italia.
Il punto di non ritorno verso il disastro è stato raggiunto da tempo. Forse da quando la stampa e la politica al completo hanno perso anche il senso del ridicolo e hanno cominciato a chiamare pomposamente “governatori” i presidenti delle Regioni, quello del Molise come quello della California (ovvero una potenza economica che ha un Pil quasi uguale a quello dell’Italia).
Tutti gridano al delitto, dunque, ma nessuno si sogna di cercare l’assassino e di presentargli il conto. Eppure non esiste nulla di più facile e quasi ovvio. Solo la cattiva coscienza spiega lo strano silenzio. L’assassino è la Lega. Il conto da presentare non sono gli spiccioli rubati dalla famiglia Bossi, bensì le decine di miliardi di euro pubblici bruciati per accontentare il senatur. Per lisciare il pelo a lui (e per cavalcare la demagogia dominante) una sinistra senza bussola ha approvato nel 2001 la riforma del capitolo quinto della Costituzione, con la devoluzione alla periferia dei poteri essenziali dello Stato: persino in politica estera.
La destra ha fatto di più e si è spinta al paradosso. Ha strepitato a favore dello “Stato minimo” (sull’onda della moda iper liberista lanciata da Reagan e dalla Thatcher). Ma ha nel contempo teorizzato e costruito la “Regione massima”, carica di burocrazia, sedi e competenze intrusive. Non è bastato. Senza la catastrofe economica e gli scandali, destra e sinistra erano pronte sino a ieri al passo finale verso il precipizio: a regalare a Bossi il famoso “federalismo”, di cui nessuno ha calcolato i costi e di cui pochi hanno capito la natura. Un federalismo del quale neppure la Lega osa oggi più parlare.
Il delitto è compiuto. L’assassino (la Lega) e i suoi complici scriteriati (i politici senza principi della seconda Repubblica) sono sotto gli occhi di tutti. Ma c’è un ultimo paradosso. È lo spreco strutturale, sistemico, all’origine dell’immenso danno economico. Eppure non è questo che è stato inizialmente denunciato e che ha originato il crollo della fiducia nelle Regioni. È lo scandalo delle locuste come Fiorito: disgustose, certo, ma responsabili di aver rubato noccioline rispetto all’enormità delle spese dissennate ancorché legali. Anche questo scandalo non nasce dal nulla. Nasce dalla stessa demagogia devastante che ha portato, inseguendo la moda, non solo ad accontentare Bossi, ma anche a delegittimare e distruggere i partiti. Nuovismo, giovanilismo, disprezzo per i professionisti della politica hanno imperversato.
Il risultato è stato una classe dirigente politica appunto di dilettanti, già inadeguata in Parlamento, più che inadeguata, spesso addirittura ridicola, nelle Regioni. I dirigenti di partito con una lunga esperienza amministrativa della prima Repubblica sono stati sostituiti dalle Minetti e dai fascistelli travestiti da antichi romani sotto la guida di una governante (anzi di una “governatrice”) scelta perché sapeva urlare in televisione più degli altri e con più volgarità popolana. Hanno distrutto i partiti, hanno predicato non solo lo “Stato minimo”, ma anche la “politica minima”. Senza più i partiti veri e la politica, non c’è da stupirsi se i soldi (appunto, destinati alla politica) vengono invece usati per le feste in costume, per i regali alle amiche oppure (quando va bene) per la sagra del fungo porcino.


Fonte:
 

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