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24/01/2010 homepage  
27 gennaio 2010 Giornata della Memoria
Il 27 gennaio 2010 si celebra per il decimo anno il "Giorno della Memoria".
Il "Giorno della Memoria" fu istituito con legge 211 del 20 luglio 2000, per ricordare, da una parte, la data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz (27 gennaio 1945) e commemorare la “Shoah” (vale adire la persecuzione, la deportazione, la prigionia e lo sterminio dei cittadini ebrei); e dall’altra, tutti coloro (i “Giusti”) che si opposero, pur in campi e schieramenti diversi, a quel folle progetto di genocidio, non esitando a salvare altre vite e a proteggere in condizioni difficili i perseguitati, anche a rischio della propria vita.
In occasione del "Giorno della Memoria", in tutta Italia, sono organizzati numerosi incontri, cerimonie e momenti comuni di rievocazione dei fatti e di riflessione (in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado), su quanto accadde allora agli ebrei e ai deportati politici e militari italiani nei campi di concentramento nazisti, al fine di conservare viva la memoria di quel periodo della storia europea e del nostro Paese, perché sia scongiurato per sempre il ripetersi di simili tragedie.


Fra le numerose manifestazioni, vogliamo sottoporre all’attenzione dei nostri lettori
Editoria


-La pubblicazione, da parte dell’Editore Chiarelettere di Milano, di un cofanetto contenente il dvd del film documentario La strada di Levi, realizzato alla fine del 2006 dal regista Davide Ferrario e dal saggista e scrittore Marco Belpoliti. Il film è accompagnato da un ricco volume di materiali e saggi, intitolato Da una tregua all'altra. Auschwitz-Torino sessant'anni dopo. Nel film, che uscì nelle sale nel ventesimo anniversario della tragica morte di Primo Levi, una piccola troupe ripercorre, a sessant'anni di distanza appunto, il tortuoso itinerario seguito da Levi e dai suoi compagni di detenzione per tornare in Italia, attraversando sconfinati territori dell'Europa dell'Est (Polonia, Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Austria e Germania): viaggio narrato dallo scrittore, nel 1963, nel libro La tregua.

Televisione


La programmazione televisiva prevede

-Per la RAI Domenica 24 gennaio alle ore 23,30 RaiUno Speciale Tg1 con filmati inediti e interviste ai sopravvissuti di Auschwitz; Mercoledì 27 la proiezione del film “Mi ricordo di Anna Frank” di Alberto Negrin, che andrà in onda su Raiuno,seguito dal documentario 50 Italiani di Flaminia Lubin, prodotto da Francesco Pamphili, sul salvataggio degli ebrei.


- Per La 7 Domenica 24 gennaio ore 21,30 “L’Ultimo treno” del regista Yurek Bogayevicz; Mercoledì 27 alle ore 18,00 “Train de vie” di Radu Mihaileanu premiato con il David di Donatello e alle 21,30 “Fuga da Sobibor” di Jack Gold.

- Pe il canale RaiStoria Lunedì 25 e Martedì 26 alle ore 10,00 il documentario in due puntate “Per ignota destinazione” ; mercoledì 27 alle ore 16,00 “Storia di Mafalda di Savoia” dedicato alla figlia di Vittorio Amedeo III morta a Buchenwald e alle ore 21,00 “I testimoni della storia” , il racconto degli scampati allo sterminio; giovedì 28 “Dopo la Shoah: giustizia e vendetta” ; venerdì 29 alle ore 16,00 “Giorgio Perlasca” ritratto dell’uomo che salvò migliaia di ebrei; sabato 30 alle ore 19,00 “Auschwitz Birkenau” il racconto di un sopravvissuto.

Manifestazioni organizzate nella nostra Provincia
:

-Calendario di tutte le iniziative

Lunedì 25 gennaio 2010
URBINO , Teatro Raffaello Sanzio, via G. Matteotti ore 10.30”Testimoni del tempo - Memorie dalla Shoah”. Letture a cura di Roberta Biagiarelli; musiche eseguite dal vivo da Luca Morino
MONDAVIO , Teatro Apollo, Piazza della Rovere ore 21.00“Testimoni del tempo - Memorie dalla Shoah”. Letture a cura di Roberta Biagiarelli; musiche eseguite dal vivo da Luca Morino
PESARO , Iscop, Biblioteca Bobbato, Galleria dei Fonditori, 64 ore 16,00“La storia di Helga Weissova: dalle immagini artistiche all’esperienza del ghetto di Terezin”
Laboratorio didattico per docenti di Scuola Primaria e Secondaria di 1° grado S. Tassi, pedagogista, Raccontare Auschwitz ai bambini. Esperienze di “narrazione” per un approccio motivato alla ricerca storico-didattica. Materiali di un anno di sperimentazione

Martedì 26 gennaio
FANO , sala Verdi, Teatro della Fortuna ore 9.00
Lezione multimediale “Arbeit macht frei” 80 storie di deportazione civile dalla Provincia di Pesaro al Reich tedesco
Relatore Paride Dobloni, storico Iscop
Letture degli studenti del Liceo Scientifico “Torelli” ed una testimonianza di Luciano Spada, deportato da Sant’Agata Feltria
PESARO , Teatro Rossini, Piazzale Lazzarini ore 9.30 ” Musiciste per Auschwitz. Quando poi cominciammo a cantare…" Cantata scenica per soprano, voce recitante ed ensemble strumentale
Ideazione testo e regia Ornella Bonomelli
GABICCE , Cinema Teatro Snaporaz, Piazza Mercato di Cattolica ore 10.30 ”Lo zio Arturo“ Spettacolo teatrale liberamente ispirato all’opera omonima di Daniel Horowitz e a “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Adattamento e Regia: di Roberto Caminiti
PESARO , Sala Conferenze dell’Archivio di Stato (Via Neviera) ore 17,30 Presentazione del volume di L. Maggioli, A. Mazzoni “Con foglio di via. Storie di internamento in Alta Valmarecchia 1940-1944”
Saluti delle Autorità
Intervengono:
Antonello De Berardinis, Direttore Archivio di Stato di Pesaro
Daniela Padoan, scrittrice e saggista
Lidia Maggioli, Antonio Mazzoni, autori del testo
GRADARA, Teatro comunale, via Zanvettori ore 21.00“Insieme per ricordare” Lettura scenica con Lucia Ferrati e le classi III della scuola secondaria di Gradara
SERRA S. ABBONDIO , scuola elementare "G. Graziani"“Shoah. Un percorso cinematografico per i bambini”
Il Comune in collaborazione con la scuola propone una serie di film sul tema della Shoah che verranno visionati dagli alunni in classe sotto la guida degli insegnanti.

Giovedì 28 gennaio
PESARO , Sala Provinciale A. Bei, via Gramsci, 4 ore 17,30 Presentazione del volume “La deportazione femminile. Incontro con Irene Kriwcenko. Da Kharkov a Pesaro una storia in relazione”
Saluti delle Autorità
Intervengono:
Daniela Padoan, scrittrice e saggista
Maria Grazia Battistoni, Rita Giomprini, Anna Paola Moretti, Mirella Moretti, autrici del testo

Venerdì 29 gennaio
PESARO , Iscop, Biblioteca Bobbato c/o Centro Commerciale Miralfiore, Galleria dei Fonditori, 64 Inaugurazione mostra didattica “La storia di Cesare Moisè Finzi: dalle fonti alla storia per immagini. Materiali di un anno di sperimentazione”
La mostra resterà aperta fino al 16 febbraio 2009.

Sabato 30 gennaio
CAGLI , Teatro, Piazza Papa Niccolò IV ore 21.10
“Concerto per la Shoah” Juan Lucas Aisemberg, viola Tuyêt Pham, pianoforte
S. ANGELO IN LIZZOLA , Sala conferenze dell’Hotel Blue Arena ,Via Giacometti 2, frazione di Montecchio ore 17.00
Presentazione del volume “Gli Internati Militari Italiani - Lettere dai lager nazisti 1943-1945 (Einaudi)” a cura di Marco Palmieri e Mario Avagliano.
Intervengono:
Guido Formica, sindaco di Sant’Angelo in Lizzola
Marco Palmieri, curatore del libro
Luca Gorgolini, direttore Iscop
Gianluca Rossini, storico Iscop

Domenica 31 gennaio
PESARO , Teatro Rossini, Piazzale Lazzarini ore 18.00 “Concerto per la Shoah” Juan Lucas Aisemberg, viola Tuyêt Pham, pianoforte

Lunedì 8 febbraio
PESARO , Iscop, Biblioteca Bobbato c/o Centro Commerciale Miralfiore, Galleria dei Fonditori, 64 ore 16.00
“La storia di Cesare Moisè Finzi: dalle fonti alla storia per immagini”
Laboratorio didattico per tutti i docenti di Scuola Primaria e Secondaria di 1° grado Donatella Giulietti, responsabile della didattica Iscop, Raccontare Auschwitz ai bambini. Esperienze di “narrazione” per un approccio motivato alla ricerca storico-didattica

Giovedì 11 febbraio
FANO , Sala della fondazione Carifano , via Montevecchio, 114 ore 17,30 “La storia di Cesare Moisè Finzi: dalle fonti alla storia per immagini” Lezione Magistrale Giovanni Gozzini, storico Università di Siena, Memorie, democrazia, diritti in una società globalizzata.
La conferenza del Prof. G. Gozzini si colloca nel Progetto sperimentale del Ministero della Pubblica Istruzione (1°premio nazionale) “Cittadinanza e Costituzione” del Liceo scientifico “Torelli”- Fano, dell’ Istituto “Olivetti”-Fano, dell’ I.C. “Leopardi”- Saltara in collaborazione con l’Iscop

Martedì 16 febbraio
PESARO , Iscop, Biblioteca Bobbato c/o Centro Commerciale Miralfiore, Galleria dei Fonditori, 64 ore 17.30
“Incontro con il testimone. Gli alunni e la cittadinanza incontrano il protagonista della storia”
Paolo Moretti, Vice Presidente Iscop, presentazione
Cesare Moisè Finzi, testimone, Qualcuno si è salvato ma niente è stato più come prima

Venerdì 19 febbraio
FANO , I.C.“Gandiglio”- D.D. Fano-San Lazzaro ore 16,30 “La storia di Cesare Moisè Finzi: dalle fonti alla storia per immagini” Lezione multimediale per docenti. Attività di formazione nell’ambito del progetto didattico Raccontare Auschwitz ai bambini. La storia di Cesare Moisè Finzi. Dalle fonti alla storia per immagini.
Paride Dobloni, storico Iscop, Dalle Leggi razziali alla Shoah. Il caso degli ebrei nella Provincia di Pesaro e Urbino
Coordinamento e info:
Ufficio Gestione Attività Culturali
Tel. 0721/359311-528
e-mail: sistema.biblio@provincia.ps.it

Il programma unico provinciale è stato realizzato all’interno del progetto “Mai più? Un percorso tra i concetti di Europa, guerra e diritti umani“ L.R. n. 8/04 a. 2009, promosso dalla Provincia di Pesaro e Urbino, Assessorato Politiche Culturali e Valorizzazione dei Beni Storici ed Artistici , Ufficio Gestione Attività Culturali; progettista Andrea Bianchini
Supporto organizzativo:
Loredana Tarantino
Alessandra Balducci
Emma Re Cecconi

In collaborazione con i Comuni di Cagli, Fano, Gabicce Mare, Gradara, Mondavio, Serra S. Abbondio, S. Angelo in Lizzola, Urbino
ANPI provinciale
Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino (Iscop)
Biblioteca-Archivio “V. Bobbato"

Puoi vedere tutta una serie di foto sui campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau in “Photo Album”

NOTIZIE SUI MAGGIORI LAGER NAZISTI IN EUROPA

Auschwitz

Costituito il 20 maggio 1940 a nord est di Cracovia.
Incalzati dal dilagare della lotta partigiana nei territori occupati della Polonia e della Russia, e costretti a far fronte con mezzi adeguati alla situazione, i nazisti decisero la creazione di un Lager che, oltre a quelli già esistenti e che si dimostravano inadatti, potesse ospitare un gran numero di deportati ed una complessa infrastruttura di imprese e di industrie alle quali adibire la manodopera dei campi di concentramento.
Questo campo doveva inoltre rendere possibile l’effettiva, efficiente e sollecita attuazione della “soluzione finale” del problema ebraico, cioè lo sterminio degli ebrei europei, secondo le indicazioni della conferenza di Wannsee.
Nei pressi del villaggio polacco di Oswjecim fu individuato un vasto terreno demaniale che circondava una caserma d’artiglieria in disuso. Questo complesso di 32 edifici poteva costituire il nucleo ideale per l’istallazione del Lager.
Himmler dette l’ordine di costruire un campo della capacità di almeno 100.000 persone, al quale fu dato il nome di Auschwitz. Nello stesso tempo fu anche deciso di costruirvi uno stabilimento per la produzione di gomma sintetica, che avrebbe assorbito i primi contingenti di deportati.
Furono trasferiti sul posto 30 “triangoli verdi” per assumervi le funzioni di Kapò e presiedere ai lavori di sistemazione e alla costruzione delle officine, dei depositi e delle altre istallazioni. Intanto si stendevano le recinzioni di filo spinato, si costruivano altre baracche, cucine, magazzini, caserme per i corpi di guardia, strade e raccordi ferroviari.
Migliaia di prigionieri russi e polacchi cominciarono ad affluire ad Auschwitz, per contribuire ai lavori, per lavorare a loro volta nelle aziende agricole e nelle fabbriche che sorgevano come funghi intorno al campo. Si trattava d’imprese allettate dai bassi costi di produzione, dato che la manodopera era quella pressoché gratuita fornita dal Lager. Poi c’erano i vantaggiosi contratti d’appalto, dai quali l’Amministrazione delle SS ritagliava generosamente la propria fetta di guadagno.
Il campo principale, in breve, non fu più sufficiente.
Accanto ad Auschwitz I sorsero prima Birkenau, cioè Auschwitz II poi Monowitz, ossia Auschwitz III.
Ma, oltre a questi Lager, si moltiplicavano, man mano che aumentavano le esigenze della produzione, i comandi esterni, permanenti o temporanei.
Un immenso territorio, rigorosamente isolato dal resto del mondo, brulicava di deportati, uomini e donne, provenienti da tutti i paesi invasi ed occupati dai nazisti. Auschwitz era una vera e propria zona industriale, in pieno fervore d’attività.
La manodopera non mancava, continuamente sostituita da nuovi arrivi dato che la disciplina, la denutrizione, il clima, la fatica contribuivano allo sterminio dei deportati.
Per coloro che, arrivando al campo, erano considerati abili al lavoro, le prospettive di sopravvivenza non superavano i tre mesi. Poi c’erano le fucilazioni di massa, per supposti sabotaggi, le punizioni individuali cui ben pochi poterono resistere, e le camere a gas.
Queste hanno funzionato ininterrottamente, ad Auschwitz ed a Birkenau, ingoiando convogli interi d’ebrei, provenienti dalla Germania, dalla Polonia, dalla Francia, dall’Ungheria, dal Belgio, dall’Olanda, dalla Grecia, dall’Italia.
Treni e treni di uomini, donne, bambini, stipati in carri bestiame, scaricati sulle rampe dei Lager ed avviati alle finte docce dalle cui tubature invece dell’acqua, usciva il gas letale, il famigerato Zyklon B, un conglomerato di cristalli di silicio saturati con acido cianidrico, prodotto dalle consociate di quella stessa IG Farben che impiegava il maggior numero di prigionieri nello stesso campo di Auschwitz.
Il campo, infatti, era stato progettato, costruito, organizzato per questo: da un lato sfruttare la manodopera che le SS vendevano a condizioni di favore alle industrie istallate nei dintorni, dall’altro procedere allo sterminio soprattutto degli ebrei, ma anche degli zingari, a ritmi accelerati.
Nel frattempo specialisti delle SS studiavano gli effetti delle infezioni, degli aborti, dei trapianti di organi, del comportamento al limite delle possibilità di sopravvivenza in condizioni atmosferiche impossibili, usando come cavie uomini, donne, bambini attinti dai convogli, prima di mandarli nelle camere a gas.
Quando il crematorio non riusciva a smaltire la razione giornaliera di cadaveri, questi venivano bruciati in grandi cataste nei dintorni del Lager, appestando l’aria di un lezzo nauseante.
Per quantità e qualità, Auschwitz è stato il Lager dove l’inventario dei crimini, degli orrori e della morte ha assunto dimensioni apocalittiche. Stando alle ammissioni di Rudolf Hoss che fu comandante di quel Lager dal 1940 al 1942, solo in quel periodo furono assassinati nelle camere a gas non meno di 4.200.000 individui d’ogni età e condizione. Ma l’ecatombe continuò a ritmo sostenuto e cessò solo con la fine del campo.
Alle SS il Lager rendeva anche quando gli schiavi erano morti.
C’erano le loro spoglie da dividere. Treni interi di indumenti sottratti ai deportati, camion carichi di casse di gioielli e denaro furono spediti da Auschwitz a Berlino, al quartier generale delle SS: anche questi erano i proventi della “soluzione finale”.
Nel clima di terrore e di morte, vi furono però alcuni che ebbero il coraggio di organizzare una resistenza clandestina; uomini e donne di diversa provenienza, militanza politica, religione, non esitarono a favorire il sabotaggio, ad aiutare i più deboli, proteggere i perseguitati sottraendoli alla violenza dei Kapò e delle SS.
Vi furono alcuni che tentarono la fuga, specie polacchi e russi, che potevano contare sull’omertà delle popolazioni.
Per ogni fuggiasco che non era ripreso le SS procedevano a feroci decimazioni dei loro compagni. In occasione di una di queste fughe, padre Massimiliano Kolbe, un sacerdote polacco, si offrì spontaneamente di sostituire un compagno condannato a morire di fame nel famigerato Bunker n. 11. Esempio fulgido di coraggio e di solidarietà, per cui fu proclamato prima martire e poi santo.
Il suo sacrificio non fu il solo esempio di coraggio e di solidarietà, perché ad Auschwitz, come negli altri Lager, resistere non era facile, ma necessario. Lo dimostrano anche quelli di un Sonderkommando che si rivoltarono con le armi sottratte ai loro carcerieri e tentarono l’impossibile. Furono sopraffatti e caddero da eroi, per riscattare la propria dignità di uomini.
Il 17 gennaio 1945, quando le armate russe puntavano decisamente in direzione di Cracovia, il campo fu sgombrato.
Tutti coloro che potevano camminare furono avviati, a marce forzate, verso altri campi. Fu un’altra ecatombe. Migliaia di uomini e donne furono abbattuti a colpi di mitra, quando non riuscivano più a muoversi. Nei campi ai quali erano destinati, giunsero ben pochi, ridotti in condizioni pietose.
Le avanguardie del 62° corpo delle armate russe del fronte ucraino entravano in Auschwitz il 27 gennaio 1945, salvando alcune centinaia di creature che di umano non avevano più nulla e incaricandosi di seppellire una montagna di cadaveri.
Auschwitz è il simbolo della follia e della barbarie nazista.

Dachau

Campo costituito il 20 marzo 1933 nelle vicinanze di Monaco.
Il campo di concentramento di Dachau è stato il primo istituito “ufficialmente” dal regime nazista, poche settimane dopo la presa del potere in Germania.
Il campo, derivato dalla ristrutturazione degli edifici e dei terreni di una fabbrica di munizioni in disuso, era progettato, inizialmente, per 5.000 deportati. Fu un campo modello nel quale furono sperimentate e messe a punto le più raffinate tecniche d’annientamento fisico e psichico degli avversari politici, ai quali in un primo tempo quel Lager era dedicato come luogo di “rieducazione politica”.
I primi prigionieri di Dachau furono funzionari e dirigenti del partito comunista. Poi vennero i socialdemocratici ed i cattolici. Quando uno dei prigionieri, però, era anche ebreo il trattamento che gli era riservato era particolarmente avvilente e letale.
Sin dall’inizio esisteva nel campo una “Compagnia di punizione” alloggiata in una baracca separata dalle altre. In seguito le baracche divennero due perché la forza di questa formazione speciale era progressivamente aumentata. Erano in pratica aumentate le sevizie, era diventato più duro il lavoro, insopportabile il regime di vita.
I prigionieri erano stroncati dalla fatica ma altri subirono l’inumana pena del bunker, dove molti languirono per mesi (se non soccombevano prima) incatenati, alimentati con pane ed acqua o costretti a stare in piedi, dentro cubicoli di cm 60x60, senza luce né aria.
Questo era il trattamento ed il sistema usato per eliminare dalla circolazione chi non era gradito al regime.
Nei primi tempi i prigionieri erano destinati alle opere di completamento delle istallazioni del campo, in lavori stradali e di sistemazione del territorio intorno al campo. Poi essi furono distaccati presso varie imprese appaltatrici delle forniture di materiali per impiego bellico, che si erano nel frattempo installate nella zona.
A Dachau i nazisti affidarono la gestione interna del campo agli stessi deportati. Trattandosi di un campo a prevalente presenza di prigionieri politici, fu facile per loro trovare un comune linguaggio – quello dell’antifascismo – fra uomini che, man mano che l’invasione nazista si espandeva a macchia d’olio sull’Europa erano rastrellati nei loro paesi ed avviati a Dachau.
In breve tempo Dachau fu una vera Babilonia: tedeschi, austriaci, russi, polacchi, francesi, italiani, cecoslovacchi, ungheresi vissero insieme, dividendosi la fatica, le umiliazioni, la violenza degli aguzzini. Un comitato antinazista clandestino consentì la convivenza di tutti, all’insegna della solidarietà.
Dachau ospitò anche numerosi sacerdoti che furono rinchiusi nei cosiddetti “blocchi dei preti”. Ma fu anche sede d’infami esperimenti pseudoscientifici, i soliti esperimenti che avrebbero dovuto far conoscere i modi per salvare la vita ai combattenti del Terzo Reich, ma che costarono la vita a centinaia dei suoi oppositori.
Progettato originariamente ed attrezzato per ospitare al massimo 5.000 detenuti, Dachau fu sovraffollato al limite tale che tre persone dovevano dormire nello stesso letto, servirsi degli stessi impianti igienici, dividere il poco e pessimo cibo.
A Dachau furono registrati a turno circa 200.000 deportati, ma, in effetti, essi erano molti, molti di più.
Il 29 aprile 1945 gli americani che liberarono Dachau contarono 31.432 persone, più altre 36.246 presenti nei sottocampi e distaccamenti. Questi erano i superstiti rimasti sul luogo, ma non si conosce il numero qi quelli che, poco prima dell’arrivo degli alleati,furono smistati con marce forzate verso Mauthausen e Buchenwald.
Non è ancora stato possibile stabilire esattamente il numero dei morti di questo campo cui si attribuisce il triste primato di durata, d’insopportabilità del regime di detenzione. L’anagrafe del campo ha registrato circa 45.000 decessi, ma questa è sicuramente una cifra irrisoria di fronte alla tragica realtà di Dachau.

Mauthausen

Campo costituito il 1° agosto 1938, nelle vicinanze di Linz in Austria.
Poco dopo l’annessione forzata dell’Austria, la DEST, Deutsche Erd und Steinwerke, impresa interamente controllata dalle SS, mise gli occhi su una cava di pietra che da tempo apparteneva al Comune di Vienna ed il cui prodotto era riservato a determinati edifici di valore architettonico o storico di quella città.
Naturalmente si pensava allo sfruttamento intensivo della cava impiegando la manodopera a basso costo dei deportati.
La cava fu rilevata a condizioni vantaggiose e nei primi giorni dell’agosto 1938 un contingente di deportati, prelevati a Dachau, iniziò la costruzione del campo di concentramento.
Seguirono altri gruppi sicché, nell’autunno 1939, essendo oramai giudicato sufficiente lo stato d’avanzamento dei lavori di costruzione, si poté dar avvio anche allo sfruttamento della cava.
Essa è rimasta famosa, nella storia della deportazione, perché fu uno strumento economico e perfetto di soppressione individuale e di sterminio di massa.
La sua “scala della morte” di 189 gradini fu testimone di crimini inenarrabili e di un tremendo martirologio.
Il campo di concentramento di Mauthausen, classificato nella categoria terza, vale a dire quella che doveva accogliere prigionieri che le SS condannavano al “ritorno indesiderato” ha svolto con meticolosa efficienza il proprio compito di fabbrica della morte.
Anche qui i “triangoli verdi” esercitarono la loro prepotenza, infierendo sui propri compagni di sventura. Naturalmente anche le SS si davano da fare: i massacri indiscriminati, le uccisioni per presunti “tentativi di fuga” erano all’ordine del giorno.
Col precipitare degli eventi, quando oramai le prospettive di una vittoria della guerra hitleriana cominciavano ad essere meno promettenti, molte industrie dell’armamento o che comunque producevano materiali necessari ai fini militari e della ricostruzione delle zone bombardate dagli alleati, furono costrette a spostare i propri impianti in regioni più sicure e si istallarono nelle vicinanze di Linz.
L’ordine, dato personalmente da Hitler, era quello di mettere questi impianti al riparo sistemandoli possibilmente in caverne.
Le colline intorno a Mauthausen offrivano un rifugio naturale e la maestranza a basso prezzo, era lì a portata di mano.
In breve tempo, intorno al lager di Mauthausen sorsero ben 49 sottocampi e comandi distaccati, molti dei quali ospitarono anche dei deportati italiani. E’da ricordare Ebensee, con le officine per la produzione di cuscinetti a sfere della Steyr Daimler-Puch; Gusen I dove, in gallerie scavate nel fianco della collina, furono assemblate carlinghe di aereo Masser schmitt; Gusen II dove si fabbricavano armi; Gusen III con una fabbrica di laterizi, Linz, Melk, Passau St. Valentin, Wels.
La zona era un immenso cantiere.
Per alimentarlo con forze adeguate, furono fatti affluire da altri campi migliaia di deportati d’ogni nazionalità.
Nonostante il regime di terrore che vigeva nel campo, si sviluppò anche a Mauthausen un movimento di resistenza, che si esprimeva prima di tutto nella solidarietà e nell’aiuto, entro i limiti del possibile, fra i deportati e nel sabotaggio delle produzioni. Poi fu costituito un comitato clandestino internazionale, con lo scopo di organizzare un’insurrezione e di garantire comunque la salvezza dei superstiti nel momento – oramai imminente ed ineluttabile –del crollo finale del regime nazista.
Negli ultimi mesi della guerra, le condizioni di vita a Mauthausen divennero insopportabili. Sotto la pressione dell’avanzata delle armate alleate, soprattutto degli eserciti russi, i nazisti dovettero evacuare molti dei territori dell’est e sgomberare i Lager sparsi in quelle zone.
Decine di migliaia di uomini e di donne, oramai stremati dalla fatica e dalla denutrizione, furono avviati, spesso a piedi oppure in lunghi convogli, verso Mauthausen. Ben pochi – in genere meno della metà – giunsero a destinazione. A Mauthausen li aspettavano le camere a gas, i massacri, le fucilazioni, le rappresaglie collettive.
Non si è mai potuto stabilire esattamente il numero dei deportati, uomini e donne, rinchiusi a Mauthausen o smistati verso i sottocampi. Si sa che l’ultimo numero di matricola, attribuito il 3 maggio 1945 (dunque pochi giorni prima della liberazione) è stato il 139.317. Ma si sa anche che molti numeri furono attribuiti più volte, man mano che il titolare precedente moriva o era trasferito altrove.
Dato che le SS ebbero cura di far sparire le tracce delle loro gesta e che una contabilità delle immatricolazioni fra trasferimenti, decessi, mancate registrazioni è alquanto aleatoria, si può tuttavia stimare che il numero delle vittime della persecuzione nazista, limitatamente al campo principale, si aggirasse sulle 150.000 unità.
Mauthausen, ultimo Lager nazista ancora in funzione, fu raggiunto da una pattuglia della 3a armata americana nella mattinata del 5 maggio 1945.
Il campo era già in mano del comitato insurrezionale internazionale.
Le guardie se l’erano svignata o erano state sopraffatte.
In questo giorno i superstiti celebrano, in tutto il mondo, la vittoria della democrazia sul nazismo e sul fascismo ed il ritorno alla libertà.


Sobibor

Campo costituito nel marzo del 1942 a nord-est di Lublino.
La data esatta della costituzione di questo campo non è certa, ma si sa che esso entrò in funzione il 16 maggio 1942 ospitando i primi convogli d’ebrei.
Questo campo fu eretto con lo scopo precipuo di sterminare gli ebrei rastrellati in Polonia e, più tardi, in Austria, Francia, Olanda e Cecoslovacchia.
Fu costruito a regola d’arte. Il campo era suddiviso in tre sezioni, una delle quali adibita a laboratori (calzoleria, sartoria, panificio ecc.) che producevano quanto era richiesto dalla guarnigione di sorveglianza, in gran parte formata da elementi ucraini aderenti al nazismo. Un’altra comprendeva i baraccamenti, un’altra ancora le istallazioni del massacro: il magazzino nel quale avveniva il taglio dei capelli, la camera a gas vera e propria, il crematorio.
A Sobibor furono soppresse almeno 250.000 persone, principalmente ebrei. Ma questo numero è certamente inferiore alla realtà, dato che molto spesso interi convogli passavano alla gassatura, così come avvenne nell’agosto del 1943 quando di un gruppo di 600 ufficiali russi che entrarono nel campo ne sopravvissero solo 80.
Tutti gli altri furono immediatamente soppressi ed i loro gesti bruciati.
Il 14 ottobre 1943 trecento deportati, guidati da un ufficiale russo, Alexandrei Petchorski, s’impossessarono delle armi delle guardie, dopo averle sopraffatte, ed evasero dal campo. Una gran parte fu ripresa durante la fuga, ma una quarantina riuscì a mettersi in salvo, raggiungendo le unità partigiane che operavano nella zona.
Questi furono i testimoni dei misfatti di Sobibor.
Dopo la rivolta il campo fu sgombrato e distrutto dalle SS.
Ormai non resta più nulla di quello che fu uno dei più efficienti impianti di soppressione collettiva.
Nel bosco dove, una volta, erano bruciati i cadaveri che il crematorio non riusciva a smaltire, un gran tumulo di ceneri umane e di terra intrisa di sangue ricorda l’efferatezza di quel luogo ed il martirio delle vittime.


Buchenwald

Campo costituito il 16 luglio 1937 nelle vicinanze di Weimar.
Un comando di circa 300 deportati, provenienti dal disciolto campo di concentramento di Lichtenburg, presso Lipsia, eresse, con attrezzi primitivi ed insufficienti, le prime baracche del campo di Buchenwald, ricavando il legname dalla vicina foresta di Ettersberg, che fu a suo tempo prediletta da Goethe.
Nel settembre dello stesso anno Buchenwald ospitava 5.382 prigionieri, ma alla fine dello stesso mese questi erano già 8.634.
Alla fine del dicembre 1943, le immatricolazioni indicavano 37.319 presenze che salirono a 63.084 alla fine del dicembre 1944 e a ben 80.436 verso la fine del marzo 1945, in altre parole pochi mesi prima della fine della guerra.
In tutto pare che per Buchenwald siano transitate 230.000 persone. I morti accertati e registrati ammontano a 56.554. Come sempre queste cifre sono inesatte dato che anche in questo Lager avvennero esecuzioni sommarie delle quali non è rimasta alcuna traccia.
Buchenwald è stato uno dei campi affidati alla cosiddetta autogestione da parte dei “triangoli verdi”, cioè di delinquenti comuni.
I prigionieri politici, contrassegnati dal “triangolo rosso”, dopo aspre contese ebbero il sopravvento e poterono arginare il potere dei “verdi” che si esprimeva soprattutto in delazioni e in violenze nei confronti dei propri simili.
Buchenwald si distingueva dagli altri campi perché lì, più che mai, fu sperimentato ed applicato lo sterminio per mezzo del lavoro. La costruzione stessa del campo, delle strade e delle istallazioni accessorie, fu portata a termine a costo di un’ecatombe di deportati. Le cifre che si sono potute accertare dicono solo in parte la verità su questa vicenda.
Oltre alla costruzione del campo, i deportati furono utilizzati come manodopera nei 130 comandi esterni e sottocampi situati nelle vicinanze degli stabilimenti industriali d’ogni genere, ma prevalentemente orientati verso produzioni d’interesse militare che, per ragioni varie, ma prima di tutto di convenienza economica, avevano accettato i vantaggiosi contratti d’appalto offerti loro dalle SS.
La presenza fra i deportati di numerosi dirigenti politici, in special modo del partito comunista, favorì i contatti fra i vari gruppi nazionali esprimendosi in una solidarietà grazie alla quale fu possibile aiutare i più deboli e perfino salvare da sicura morte, nascondendoli con ingegnosi accorgimenti, alcuni che gli aguzzini avevano condannato per motivi spesso futili.
A poco a poco si costituì e si sviluppò nel campo un movimento di resistenza che permise la costituzione di un comitato clandestino internazionale che riuscì addirittura a creare una propria organizzazione militare.
Quando gli alleati giunsero a Buchenwald, il campo era già stato liberato dagli stessi deportati ed il comitato internazionale ne gestiva la vita democraticamente. Era il 13 aprile 1945.


Treblinka

Costituito il 3 luglio 1942 a nord-est di Varsavia.
Nell’ansa del fiume Bug, a tre chilometri dal villaggio di Treblinka, i nazisti istituirono nel 1941 un “campo di lavoro” riservato a tedeschi e polacchi, elementi sospetti o ribelli al regime, che era preferibile tenere “al sicuro” ed adibire a lavori utili ai fini della guerra in atto.
Questo campo fu denominato Treblinka I.
Era un campo duro, non dissimile per disciplina da altri analoghi, nel quale ben pochi resistettero alla fatica, alla denutrizione, alle sevizie ed al clima. Ma non fu nulla a confronto con Treblinka II, l’immenso agglomerato adeguatamente attrezzato per lo scopo specifico di tradurre in atto la “soluzione finale” cioè il genocidio degli ebrei.
I lavori di ampliamento furono iniziati nel maggio 1942. Furono costruite le baracche, gli uffici, gli alloggiamenti per i reparti di sorveglianza, le cucine, i depositi, laboratori d’ogni genere, perfino un finto ospedale con tanto di croce rossa sul tetto. E furono istallate anche tre camere a gas, che si presentavano come docce, con le pareti piastrellate, ma dai cui tubi, invece dell’acqua, doveva uscire solo il gas di scappamento dei motori diesel, sostituito poi col biossido di carbonio ed infine con il famigerato ziklon B.
Non bastando i primi impianti, ne furono aggiunti ben altri dieci, in modo da poter effettuare giornalmente alcune migliaia di “trattamenti speciali” d’uomini, donne, bambini che i convogli provenienti da Polonia, Germania, Francia, Olanda, Jugoslavia, Belgio, Grecia e Russia scaricavano giornalmente sulla rampa dello scalo ferroviario che immetteva direttamente nel recinto del Lager.
C’era perfino una finta stazione le cui porte si aprivano su quella che fu battezzata come la “strada verso il cielo”.
Prima di avviarsi, ovviamente nudi, verso quello che sembrava un normale bagno di disinfezione, tutti erano rasati affinché i capelli potessero essere recuperati ai fini industriali.
Interi treni riportavano poi nel Terzo Reich vestiti, scarpe, protesi, occhiali, carrozzine per bambini, valigie. Denaro e gioielli finivano, oltre che nelle tasche dei guardiani, nelle casse centrali delle SS per costituire un tesoro del quale ancora non si conosce l’entità né la destinazione finale.
Originariamente i cadaveri venivano interrati in fosse comuni, poi bruciati su enormi graticole.
Secondo accertamento, a Treblinka furono soppressi almeno 900.000 ebrei. Non si sa quanti altri, specialmente prigionieri di guerra russi, furono uccisi, senza alcuna registrazione, prima ancora che essi entrassero nel campo.
Anche a Treblinka un animoso comitato clandestino di resistenti organizzò un’insurrezione ed una fuga.
Il 2 agosto 1943 circa 600 prigionieri riuscirono a sopraffare una parte della guarnigione, e, dopo aver incendiato varie baracche, riuscirono ad aprirsi un varco attraverso le barriere di filo spinato, i campi minati ed i fossati anticarro. Moltissimi, quasi tutti, furono ripresi e fucilati. Solo una quarantina riuscì a fuggire alla spietata caccia delle SS ed a raggiungere le formazioni partigiane che operavano nella zona. Dopo di che, nell’autunno dello stesso anno, le SS decisero di chiudere il campo e di sgombrare i deportati ancora in vita verso altri Lager, distruggendo tutto col fuoco e con la dinamite.
Di Treblinka, oltre al ricordo dello scempio che vi fu commesso, non rimane più nulla. Un monumento simboleggiato da una foresta di pietre tombali ricorda i borghi, i villaggi, le città, i paesi dai quali provenivano le vittime di questo sinistro e terribile luogo di violenza e di morte.

La Risiera di San Saba

Verso la fine dell’ottobre 1943 il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso, venne trasformato dai nazisti in prigione, campo di smistamento per le deportazioni in Germania, deposito dei beni razziati.
L’essiccatoio preesistente fu trasformato in forno crematorio.

Oggi la Risiera di San Sabba è stato trasformato in Monumento Nazionale.
Nel sottopassaggio il primo stanzone posto alla sinistra di chi entra era chiamato “cella della morte”.
Qui venivano stipati i prigionieri tradotti dalle carceri e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore. Secondo testimonianze, spesso venivano a trovarsi assieme a cadaveri destinati alla cremazione.

Proseguendo sulla sinistra, si trovano, al pianterreno dell’edificio a tre piani ove erano sistemati i laboratori di sartoria e calzoleria nonché camerate per gli ufficiali e i militari delle SS, le 17 micro - celle nelle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri: tali celle erano riservate particolarmente ai partigiani, ai politici, agli ebrei destinati all’esecuzione a distanza di giorni, talora di settimane. Le due prime celle venivano usate a fini di tortura o di raccolta di materiale prelevato ai prigionieri: vi sono state rinvenute, fra l’altro, migliaia di carte d’identità.

Le porte e le pareti di queste anticamere della morte erano ricoperte di graffiti e di scritte: l’occupazione dello stabilimento da parte delle truppe alleate, la successiva trasformazione in campo di raccolta di profughi, l’umidità, la polvere, l’incuria degli uomini hanno in gran parte fatto sparire graffiti e scritte.
Ne restano a testimonianza i diari dello studioso e collezionista Diego de Henriquez, ove se ne trova la trascrizione.
Nel successivo edificio a 4 piani, occupato a pianterreno dalle cucine, venivano rinchiusi, in ampie camerate, gli ebrei e i prigionieri civili e militari destinati alla deportazione in Germania: uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi.
Da qui, caricati sui vagoni piombati finivano a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un tragico destino che solo pochi hanno potuto evitare.

Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, sull’area contrassegnata dalla piastra d’acciaio c’era il forno crematorio.
L’impianto, al quale si accedeva scendendo una scala , era interrato.
Un canale sotterraneo, il cui percorso è pure segnato dalla piastra d’acciaio, univa il forno alla ciminiera.
Sull’impronta metallica della ciminiera sorge oggi una simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino.
Il forno, opera dell’ “esperto” Erwin Lambert, che aveva già costruito forni crematori in vari campi di concentramento nazisti, venne collaudato il 4 aprile 1944, con la cremazione di 70 cadaveri di ostaggi fucilati il giorno prima nel poligono di tiro di Opicina.
Il forno crematorio e la ciminiera vennero distrutti dai nazisti in fuga, nella notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 1945, per eliminare le prove dei loro crimini. Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli usati per il cemento.
Fu inoltre rinvenuta la mazza ora esposta nel Museo.

Sul tipo di esecuzione in uso, le ipotesi sono diverse e probabilmente tutte fondate: gasazione in automezzi appositamente attrezzati, colpo di mazza alla nuca e fucilazione.
Non sempre la mazzata uccideva subito, per cui il forno ingoiò persone ancora vive. Fragori di motori, latrati di cani appositamente aizzati, musiche, coprivano le grida ed i rumori dell’esecuzioni.

Il fabbricato centrale, di 6 piani, costituiva le caserme: camerate per i militari SS germanici, ucraini e italiani nei piani superiori, cucine e mense al piano inferiore, ora adattato a museo.
L’edificio oggi adibito al culto, senza differenziazione di credo religioso, al tempo dell’occupazione serviva da autorimessa per i mezzi delle SS. Da qui partivano le colonne per i rastrellamenti e le razzie nel Friuli e nell ‘Istria; vi stazionavano i neri furgoni, con lo scarico rivoltato all’interno, per la gasazione delle vittime.

All’esterno, a sinistra, il piccolo edificio costituiva il corpo di guardia e abitazione del comandante.
A destra, nella zona attualmente sistemata a verde, esisteva un edificio a tre piani con uffici, alloggi per sottufficiali e per le donne ucraine.
Quante sono state le vittime?
Calcoli prudenziali danno una cifra fra le tre e le cinquemila persone soppresse nella Risiera. Ma in numero ben maggiore sono stati i prigionieri e i “rastrellati” passati dalla Risiera e da lì smistati nei “lager” o al lavoro obbligatorio.
Triestini, friulani, istriani, sloveni e croati, militari,ebrei: bruciarono nella Risiera alcuni dei migliori “quadri” della Resistenza e dell’Antifascismo.

Fonte:
 

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